martedì 5 giugno 2012

NZ diary part 3 : "Un pessimo risveglio"

UN PESSIMO RISVEGLIO...

 

"THE FIRE ALARM HAS SOUNDED. PLEASE, EVACUATE THE BUILDING"...

Una voce senza emozione o colore, continua a ripetere questa frase, mentre il suono di una sirena aggiunge pathos lì dove non c'era nemmeno l'ombra. "THE FIRE ALARM HAS SOUNDED. PLEASE, EVACUATE THE BUILDING"... <<Ok, ok, un momento!>>... Svegliati, ci alziamo dal letto, il sonno interrotto, le palle fumanti (che il sensore antifumo lo avesse previsto???). Io e Silvia, avendo vissuto in Australia per un anno e mezzo, sappiamo che basta un toast bruciacchiato o una sigaretta fumata dentro casa, per far scattare l'allarme. Le case di legno, lì, sono infatti tempestate di sensori, e doccette antincendio. Dario e Clara, invece, interpretano l'accaduto come un pericolo reale. Silvia minaccia di tornare a letto. Io faccio pipì, mi sciacquo la faccia (con l'acqua del rubinetto, non con la pipì...), e mi metto qualcosina addosso, in vista di una discesa di 14 piani a piedi.

Siamo ancora al Bianco Off Queen Hostel, infatti, nel nostro semi-lussuoso appartamentino doppio. Scendiamo le scale antincendio, accompagnati da una processione di turisti proveniente da ogni dove, e ci riversiamo nel parcheggio di fronte all'ingresso principale. In 5 minuti siamo giù, e i vigili del fuoco sono già sul posto. Se questa non è efficenza!!!
Ci aspettiamo di vedere delle fiamme, ma come sospettato, nulla... Forse qualche pirla ha solo fumato in stanza... In ogni caso, non avremo mai una risposta a questo misterioso enigma...
Torniamo in stanza, a piedi, stanchi e assonnati. Come sempre, io sono l'unico che non si lamenta, e che al contrario promuove l'evento come un simpatico apostrofo tra le parole AL, e FUOCO. Chi doveva dirci che avremmo vissuto un'esperienza simile??? Svegliati nel cuore della notte, per trovarci insieme ad un altro centinaio di facce strane e stranite, chi indossa ancora un pigiama dai colori sgargianti e di dubbio gusto, chi con l'orsacchiotto ancora sottobraccio, chi con la bollicina di muco che ancora si gonfia e si sgonfia in attesa di esplodere. Gli altri non condividono il mio entusiasmo, e torniamo a dormire.
Dormire, per così dire... Il jet lag non mostra segni di arresa, e lo scombussolamento porta un po' tutti ad avere una notte pessima. Come al solito, io sono l'unico idiota ad alzarsi quando il sole non è ancora sorto, tra le 4 e le 6 del mattino... C'est la vie!

La mattina, dopo le colazioni, lavate e skypate di rito, ci fiondiamo in un'altra passeggiata basculante per le vie del centro, puntando in direzione Albert Park. E' questo un parco splendido, dalle aiuole fiorite, le fontane maestose (non se paragonate a quelle romane o parigine), ed alberi dalle dimensioni impressionanti. Sono varietà di ficus che ci ricordano tanto casa. Anche qui, le loro radici si sono evolute in modo da offrirci uno spettacolo degno di tante fotografie. L'aria, qui, è davvero buona.

Guingiamo fino al waterfront, guardiamo il mare, e decidiamo di tornare a "casa", e dedicarci alla ricerca di lavoro e casa. Ricerche assolutamente infruttuose... Nel pomeriggio, un'ormai familiare voce masculina ci avverte che "THE FIRE ALARM HAS SOUNDED. PLEASE, EVACUATE THE BUILDING"... Ancora?!? Un'altra volta giù per le scale, e ancora una volta niente morti carbonizzati. Torniamo su, e continuiamo a vegetare.
 

Le giornate a seguire passano in modo più o meno sterile. Continuiamo a passeggiare e a lamentarci, chi per il freddo, chi per il male ai piedi, chi per la fame, la sete, la noia, il sonno, il jet lag, le borse pesanti, le scarpe inadatte, i palazzi squallidi, le brutte faccie in giro...
Io so che è solo questione di tempo, e i tre buzzurri che mi sono trascinato in questa avventura troveranno più e più motivi per gioire. Del resto, siamo ancora in una brutta fase. Quella dello choc culturale, del cambiamento radicale, nella quale di certezze ce n'è meno di zero, e la stanchezza e l'insicurezza la fanno da padrone. Per non parlare della nostalgia di casa e amici...

Fortunatamente, piccole parentesi di spensieratezza ci rincuorano, e ci danno da pensare che forse i cambiamenti hanno anche i loro lati positivi.
Uno di questi è la food court di Event Cinemas (la multisala che ospita, tra le sue 16, anche quella IMAX). Qui, tra un ristorantino nipponico, uno indiano, una baguetterie francese (gestita da gente con gli occhi a mandorla), una pizzeria fast food e una caffetteria, operiamo le nostre scelte, e ci accomodiamo ad un tavolino per 4. Assaggiamo le prelibatezze degli altri. Dario e Clara optano per un panino con insalata, se non ricordo male, Silvia per il giapponese, ed io per l'indiano. Dario assaggia il mio Chicken Tikka Masala, e decide che dopo il suo kebab prenderà anche lui questa prelibatezza.

Spazzolato il mio pasto, mi fiondo sul banchetto di Matzu Sushi. Le pietanze, preparate con cura e meticolosità, sembrano dolci di martorana, nei loro colori sgargianti e forme studiate. Sono tutti disposti su di un bancone di legno, adagiate su nastri di vimini srotolati, vassoietti di legno e deliziosi cestini di paglia. Non si direbbe mai che dietro questa cura per i particolari, si cela un semplicissimo self-service...
Passo con il mio vassoio, e afferro di tutto un poco, giusto per condividere la degustazione in vista di un nuovo pranzo targato Giappone. Restiamo estasiati, e mi permetto di dire che la cucina giapponese non ha nulla da invidiare a quella italiana...

Un altra passeggiata da ricordare, è quella al mercato ittico di Auckland. In direzione Ovest, partendo dai porticcioli turistici della City, bastano una ventina di minuti a piedi, per giungere in un mondo targato "LUSSO E DESIGN". Un mondo di barche a vela da 40 metri, yacht milionari, Lamborghini pernacchianti e ristoranti di lusso con vista sulla baia. Restiamo sbalorditi... Superiamo un ponte levatoio pedonale e ciclabile, e una schiera di ristoranti italiani, spagnoli, giapponesi e neozelandesi, che in maggioranza propongono piatti di frutti di mare, ingollano i nostri curriculum, desiderosi di attenzione.
Superati questi capannoni del gusto, ci taglia la strada un tram turistico, che mostra le bellezze della zona, e ci rendiamo conto di essere arrivati al mercato del pesce.
Una piccola premessa: chi immaginasse di pararsi davanti ad uno spettacolo di gente che urla, bancarelle pericolanti e puzzo di busunagghia (scarti del pesce, in quel di Palermo) gettati impunemente sul pavimento, si renderebbe conto di quanto quell'essere primitivi tipico di noi Mediterranei sia affascinante. Qui, infatti, è solo qualche basso edificio perfettamente pulito e giusto appena profumato di mare, che offre le sue prelibatezze oceaniche in degli altrettanti lindi e organizzati banconi di negozietti costosi. L'offerta del pesce è discretamente varia, e i mercatini all'interno vendono di tutto, dalle alghe da sushi, alla pasta di grani orientali, alle salsine di soia e i barattoli di creme dall'intrigante colore. E poi farine di granchio, di gambero, e tanti altri prodotti piuttosto costosi. Li giriamo tutti, e quello che ci affascina di più, è un pescivendolo (che per eleganza ed ordine chiamerei venditore di prodotti ittici) che espone pescioni dalle sembianze di spigole, orate, saraghi, oltre a sogliole e scorfani, su di un espositore dalla forma di una barca, totalmente ricoperto di ghiaccio tritato, per mantenere freschi i prodotti. In qualche altra vasca, aragoste e anguille, più vive di John Lennon e JFK, ma accomunate ad essi da un destino comune.

E poi, in un paio di vasche più piccole, sormontate da un tubo che rilascia su di esse una pioggerellina continua d'acqua, delle cozze di dimensioni esagerate, e di un colore verde smeraldo su fondo nero corvino. Sono talmente splendide che Silvia decide di non comprarle, perchè comincia a pensare che cucinare un animale ancora vivo sia una barbarie. Io non ne mangio a prescindere, ma si soffermo su quell'idea, ma tento subito di pensare ad altro... brrrr...
Compriamo un RED SNAPPER da 2kg, da fare in ostello al forno, nella tipica tradizione del "cartoccio". E' questo un pescione rosso dalle sembianze di un'orata e dal gusto delicato. Essendo un pesce d'oceano, e non di mare, il suo gusto è più leggero, perchè la salinità di un bacino come il Pacifico, è inferiore a quella del Mediterraneo, e il sapore della carne ne risente. I ragazzi, invece, optano per una simpatica ma silenziosa signora orientale, che le impacchetta due fettone di pesce spada ad un prezzo permissivo.
Tornati nel nostro appartamento, cominciano i preparativi per il pranzo... gnam gnam!

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