NZ diary part 3 : "Un pessimo risveglio"
UN
PESSIMO RISVEGLIO...
"THE
FIRE ALARM HAS SOUNDED. PLEASE, EVACUATE THE BUILDING"...
Una
voce senza emozione o colore, continua a ripetere questa frase,
mentre il suono di una sirena aggiunge pathos lì dove non c'era
nemmeno l'ombra. "THE FIRE ALARM HAS SOUNDED. PLEASE, EVACUATE
THE BUILDING"... <<Ok, ok, un momento!>>...
Svegliati, ci alziamo dal letto, il sonno interrotto, le palle
fumanti (che il sensore antifumo lo avesse previsto???). Io e Silvia,
avendo vissuto in Australia per un anno e mezzo, sappiamo che basta
un toast bruciacchiato o una sigaretta fumata dentro casa, per far
scattare l'allarme. Le case di legno, lì, sono infatti tempestate di
sensori, e doccette antincendio. Dario e Clara, invece, interpretano
l'accaduto come un pericolo reale. Silvia minaccia di tornare a
letto. Io faccio pipì, mi sciacquo la faccia (con l'acqua del
rubinetto, non con la pipì...), e mi metto qualcosina addosso, in
vista di una discesa di 14 piani a piedi.
Siamo
ancora al Bianco Off Queen Hostel, infatti, nel nostro semi-lussuoso
appartamentino doppio. Scendiamo le scale antincendio, accompagnati
da una processione di turisti proveniente da ogni dove, e ci
riversiamo nel parcheggio di fronte all'ingresso principale. In 5
minuti siamo giù, e i vigili del fuoco sono già sul posto. Se
questa non è efficenza!!!
Ci aspettiamo di vedere delle fiamme,
ma come sospettato, nulla... Forse qualche pirla ha solo fumato in
stanza... In ogni caso, non avremo mai una risposta a questo
misterioso enigma...
Torniamo in stanza, a piedi, stanchi e
assonnati. Come sempre, io sono l'unico che non si lamenta, e che al
contrario promuove l'evento come un simpatico apostrofo tra le parole
AL, e FUOCO. Chi doveva dirci che avremmo vissuto un'esperienza
simile??? Svegliati nel cuore della notte, per trovarci insieme ad un
altro centinaio di facce strane e stranite, chi indossa ancora un
pigiama dai colori sgargianti e di dubbio gusto, chi con
l'orsacchiotto ancora sottobraccio, chi con la bollicina di muco che
ancora si gonfia e si sgonfia in attesa di esplodere. Gli altri non
condividono il mio entusiasmo, e torniamo a dormire.
Dormire, per
così dire... Il jet lag non mostra segni di arresa, e lo
scombussolamento porta un po' tutti ad avere una notte pessima. Come
al solito, io sono l'unico idiota ad alzarsi quando il sole non è
ancora sorto, tra le 4 e le 6 del mattino... C'est la vie!
La
mattina, dopo le colazioni, lavate e skypate di rito, ci fiondiamo in
un'altra passeggiata basculante per le vie del centro, puntando in
direzione Albert Park. E' questo un parco splendido, dalle aiuole
fiorite, le fontane maestose (non se paragonate a quelle romane o
parigine), ed alberi dalle dimensioni impressionanti. Sono varietà
di ficus che ci ricordano tanto casa. Anche qui, le loro radici si
sono evolute in modo da offrirci uno spettacolo degno di tante
fotografie. L'aria, qui, è davvero buona.
Guingiamo fino al
waterfront, guardiamo il mare, e decidiamo di tornare a "casa",
e dedicarci alla ricerca di lavoro e casa. Ricerche assolutamente
infruttuose... Nel pomeriggio, un'ormai familiare voce masculina ci
avverte che "THE FIRE ALARM HAS SOUNDED. PLEASE, EVACUATE THE
BUILDING"... Ancora?!? Un'altra volta giù per le scale, e
ancora una volta niente morti carbonizzati. Torniamo su, e
continuiamo a vegetare.
Le giornate a seguire passano in
modo più o meno sterile. Continuiamo a passeggiare e a lamentarci,
chi per il freddo, chi per il male ai piedi, chi per la fame, la
sete, la noia, il sonno, il jet lag, le borse pesanti, le scarpe
inadatte, i palazzi squallidi, le brutte faccie in giro...
Io so
che è solo questione di tempo, e i tre buzzurri che mi sono
trascinato in questa avventura troveranno più e più motivi per
gioire. Del resto, siamo ancora in una brutta fase. Quella dello choc
culturale, del cambiamento radicale, nella quale di certezze ce n'è
meno di zero, e la stanchezza e l'insicurezza la fanno da padrone.
Per non parlare della nostalgia di casa e amici...

Fortunatamente,
piccole parentesi di spensieratezza ci rincuorano, e ci danno da
pensare che forse i cambiamenti hanno anche i loro lati positivi.
Uno di questi è la food court di Event Cinemas (la multisala che
ospita, tra le sue 16, anche quella IMAX). Qui, tra un ristorantino
nipponico, uno indiano, una baguetterie francese (gestita da gente
con gli occhi a mandorla), una pizzeria fast food e una caffetteria,
operiamo le nostre scelte, e ci accomodiamo ad un tavolino per 4.
Assaggiamo le prelibatezze degli altri. Dario e Clara optano per un
panino con insalata, se non ricordo male, Silvia per il giapponese,
ed io per l'indiano. Dario assaggia il mio Chicken Tikka Masala, e
decide che dopo il suo kebab prenderà anche lui questa prelibatezza.

Spazzolato il mio pasto, mi fiondo sul banchetto di Matzu Sushi.
Le pietanze, preparate con cura e meticolosità, sembrano dolci di
martorana, nei loro colori sgargianti e forme studiate. Sono tutti
disposti su di un bancone di legno, adagiate su nastri di vimini
srotolati, vassoietti di legno e deliziosi cestini di paglia. Non si
direbbe mai che dietro questa cura per i particolari, si cela un
semplicissimo self-service...
Passo con il mio vassoio, e afferro
di tutto un poco, giusto per condividere la degustazione in vista di
un nuovo pranzo targato Giappone. Restiamo estasiati, e mi permetto
di dire che la cucina giapponese non ha nulla da invidiare a quella
italiana...
Un altra passeggiata da ricordare, è quella al
mercato ittico di Auckland. In direzione Ovest, partendo dai
porticcioli turistici della City, bastano una ventina di minuti a
piedi, per giungere in un mondo targato "LUSSO E DESIGN".
Un mondo di barche a vela da 40 metri, yacht milionari, Lamborghini
pernacchianti e ristoranti di lusso con vista sulla baia. Restiamo
sbalorditi... Superiamo un ponte levatoio pedonale e ciclabile, e una
schiera di ristoranti italiani, spagnoli, giapponesi e neozelandesi,
che in maggioranza propongono piatti di frutti di mare, ingollano i
nostri curriculum, desiderosi di attenzione.
Superati questi
capannoni del gusto, ci taglia la strada un tram turistico, che
mostra le bellezze della zona, e ci rendiamo conto di essere arrivati
al mercato del pesce.
Una piccola premessa: chi immaginasse di
pararsi davanti ad uno spettacolo di gente che urla, bancarelle
pericolanti e puzzo di busunagghia (scarti del pesce, in quel di
Palermo) gettati impunemente sul pavimento, si renderebbe conto di
quanto quell'essere primitivi tipico di noi Mediterranei sia
affascinante. Qui, infatti, è solo qualche basso edificio
perfettamente pulito e giusto appena profumato di mare, che offre le
sue prelibatezze oceaniche in degli altrettanti lindi e organizzati
banconi di negozietti costosi. L'offerta del pesce è discretamente
varia, e i mercatini all'interno vendono di tutto, dalle alghe da
sushi, alla pasta di grani orientali, alle salsine di soia e i
barattoli di creme dall'intrigante colore. E poi farine di granchio,
di gambero, e tanti altri prodotti piuttosto costosi. Li giriamo
tutti, e quello che ci affascina di più, è un pescivendolo (che per
eleganza ed ordine chiamerei venditore di prodotti ittici) che espone
pescioni dalle sembianze di spigole, orate, saraghi, oltre a sogliole
e scorfani, su di un espositore dalla forma di una barca, totalmente
ricoperto di ghiaccio tritato, per mantenere freschi i prodotti. In
qualche altra vasca, aragoste e anguille, più vive di John Lennon e
JFK, ma accomunate ad essi da un destino comune.

E poi, in un paio
di vasche più piccole, sormontate da un tubo che rilascia su di esse
una pioggerellina continua d'acqua, delle cozze di dimensioni
esagerate, e di un colore verde smeraldo su fondo nero corvino. Sono
talmente splendide che Silvia decide di non comprarle, perchè
comincia a pensare che cucinare un animale ancora vivo sia una
barbarie. Io non ne mangio a prescindere, ma si soffermo su
quell'idea, ma tento subito di pensare ad altro... brrrr...
Compriamo
un RED SNAPPER da 2kg, da fare in ostello al forno, nella tipica
tradizione del "cartoccio". E' questo un pescione rosso
dalle sembianze di un'orata e dal gusto delicato. Essendo un pesce
d'oceano, e non di mare, il suo gusto è più leggero, perchè la
salinità di un bacino come il Pacifico, è inferiore a quella del
Mediterraneo, e il sapore della carne ne risente. I ragazzi, invece,
optano per una simpatica ma silenziosa signora orientale, che le
impacchetta due fettone di pesce spada ad un prezzo
permissivo.
Tornati nel nostro appartamento, cominciano i
preparativi per il pranzo... gnam gnam!
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