LUI SI' CHE FA IL SUO "PARCO" LAVORO...
12 Maggio 2012
12 Maggio 2012
Oggi facciamo rotta verso quello che si prospetta
essere un vero capolavoro naturalistico. Con i suoi 75 ettari di
superficie, l'Auckland Domain è uno dei più grandi parchi della
città, ed è anche il più vecchio. Nonostante non si noti neanche
un po', sorge sul cratere del vulcano Pukekawa, eplsoso più e più
volte in qualche punto della storia a me ignoto.
Attraversiamo parte della City, per arrivarci, e il passaggio dai grattacieli al sentiero di terra che ci conduce attraverso un viale alberato all'interno del parco, mi da la sensazione di aver cambiato città... Lungo i fianchi del viottolo, prati estesi e alberi mastodontici, qualche enigmatica statua, e il lontano fruscio dell'autostrada a fare da distante e non troppo invasivo sottofondo. Giungiamo in cima alla salita che porta al cuore del parco, e ad aspettarci troviamo uno stormo di anatre e oche particolarmente paffute. La dieta dei volatili habituè di un parco, si sà, è a base di carboidrati e lievito di birra. Per la loro felicità, sono molti infatti i passanti che non negano loro un filone di pane all'uopo sbriciolato per facilitarne la digestione... Magari qualcuno lo facesse con me! In ogni caso: i laghetto che ospita tali creature dalla goffa andatura, è pulito, come sempre, e circondato da alberi dal tronco alto almeno una ventina di metri, dai rami che coi loro terrazzamenti richiamano ricordi d'addobbi natalizi. A pochi passi, un altro albero, spalancato come le gambe di un ginnasta nell'atto di eseguire esercizi di aerobica. Che sia stato un fulmine, a spezzarlo a metà, o una scelta di crescita mal calcolata, non credo lo scopriremo mai. Di certo è morto, senza una foglia, ma ricco comunque di vita. Non solo i bambini, infatti, si divertono a scalarlo. Anche Clara e Silvia ne bramano la cima, per essere immortalate in pose plastiche da "Barbie Taglialegna".
Attraversiamo parte della City, per arrivarci, e il passaggio dai grattacieli al sentiero di terra che ci conduce attraverso un viale alberato all'interno del parco, mi da la sensazione di aver cambiato città... Lungo i fianchi del viottolo, prati estesi e alberi mastodontici, qualche enigmatica statua, e il lontano fruscio dell'autostrada a fare da distante e non troppo invasivo sottofondo. Giungiamo in cima alla salita che porta al cuore del parco, e ad aspettarci troviamo uno stormo di anatre e oche particolarmente paffute. La dieta dei volatili habituè di un parco, si sà, è a base di carboidrati e lievito di birra. Per la loro felicità, sono molti infatti i passanti che non negano loro un filone di pane all'uopo sbriciolato per facilitarne la digestione... Magari qualcuno lo facesse con me! In ogni caso: i laghetto che ospita tali creature dalla goffa andatura, è pulito, come sempre, e circondato da alberi dal tronco alto almeno una ventina di metri, dai rami che coi loro terrazzamenti richiamano ricordi d'addobbi natalizi. A pochi passi, un altro albero, spalancato come le gambe di un ginnasta nell'atto di eseguire esercizi di aerobica. Che sia stato un fulmine, a spezzarlo a metà, o una scelta di crescita mal calcolata, non credo lo scopriremo mai. Di certo è morto, senza una foglia, ma ricco comunque di vita. Non solo i bambini, infatti, si divertono a scalarlo. Anche Clara e Silvia ne bramano la cima, per essere immortalate in pose plastiche da "Barbie Taglialegna".
THE
WINTERGARDEN
Ultimati gli scatti di cui sopra, ci addentriamo nel giardino d'Inverno, che ospita non solo due serre vecchio stile, in acciaio e vetro, ma anche una Fernery, o giardino delle felci.
Le due serre, l'una di fronte all'altra, sono separate da una fontana fitta di piante, statue raffiguranti le quattro stagioni e bambini che a piedi nudi sguazzano, riempiono d'acqua gli stivali di gomma per annaffiare le piante, e giocano ad immergere parte di loro stessi nell'acqua discretamente stagnante, sotto lo sguardo rilassato e sorridente di nonni e papà, intenti a chiacchierare ora, a rotolarsi con i bambini dopo... Ho voglia di un bimbo anch'io, qui, ma è meglio che non ne faccia parola con mia moglie!
La prima serra, quella fredda, costruita nel 1921, ospita varie specie di fiori, ognuno dei quali offre uno spettacolo unico di colori e profumi. Qui, scopro come si creano le siepi dalle forme bizzarre. Un elefantino svela la sua anima reticolata d'acciaio, sulla quale sta ancora crescendo il rampicante che acquisterà la forma del proboscidato pachiderma.
L'altra serra, quella tropicale, si presenta decisamente più umida, con il suo stagno di ninfee, le sue piante carnivore, i platani, i banani e altre specie di fiori dei quali avrei potuto segnare i nomi da riproporre in questa sede, per rendere questo blog ancora più tedioso... Meglio così!...
Il
giardino delle felci, è decisamente diverso dalle serre. Costruito
all'interno di quella che definirei una depressione artificiale, si
addentra in una foresta fredda e umida di felci dalle dimensioni
tuttaltro che casalinghe. La felce è il simbolo della Nuova Zalanda,
nonostante ritengo lo sappiano solo i neozelandesi. Quelle che in
Italia sono delle carine piantine da appartamento, qui sono veri e
propri alberi alti anche svariati metri. Assomigliano a palme dalle
foglie da felci... Anche in questo caso, rimango stupito dalla cura
che viene dedicata alla riproduzione di ecosistemi naturali, ad uso e
consumo di curiosi che vogliano vivere la natura selvaggia ad un tiro
di schioppo da casa.
Consumato un frugale snack a base di meline, facciamo rotta verso casa, passando attraverso sterminati prati sparsi di porte regolamentari da calcio, e altrettante da rugby. Qui, però, la tipica pulizia viene un po' a mancare. Ma si sà, non ci si può aspettare una totale educazione civica dai ragazzini, che qui abbondano come i "salmoni nelle valli di Comacchio" (cit. Jim Carrey - Scemo e più scemo). Questi enormi, totalmente gratuiti e non recintati campi sportivi, sorgono all'ombra dell'imponente ed autoritario Museo di Auckland, nella sua mole di un bianco che più bianco non si può.
Consumato un frugale snack a base di meline, facciamo rotta verso casa, passando attraverso sterminati prati sparsi di porte regolamentari da calcio, e altrettante da rugby. Qui, però, la tipica pulizia viene un po' a mancare. Ma si sà, non ci si può aspettare una totale educazione civica dai ragazzini, che qui abbondano come i "salmoni nelle valli di Comacchio" (cit. Jim Carrey - Scemo e più scemo). Questi enormi, totalmente gratuiti e non recintati campi sportivi, sorgono all'ombra dell'imponente ed autoritario Museo di Auckland, nella sua mole di un bianco che più bianco non si può.
PARNELL
Prima
di tornare in ostello, pensiamo bene di lasciare in giro qualche
curriculum. Così, mossi da buona volontà, ci incamminiamo verso
Parnell, quartiere ricco di negozi e ristoranti di ogni sorta.
Lasciamo un CV in ogni luogo che ci ispiri lavoro, e rimaniamo
affascinati dalla varietà dei negozi con la merce spesso in bella
mostra su espositori sul marciapiede. La mia signora rimane incantata
da un paio di orecchini artigianali.
Siamo però molto stanchi, avendo camminato parecchio, e non avendo ancora smaltito del tutto il jat leg. Ci fermiamo dunque in un hamburgeria, dove Dario e Clara comprano due panini accompagnati da patatine, cucinati da un burbero e minuto signore asiatico, apparentemente poco felice di ricoprire tutti i ruoli all'interno dell'esercizio. Credo infatti che fosse titolare, cuoco, cleaner, cassiere e probabilmente anche cliente!
Siamo però molto stanchi, avendo camminato parecchio, e non avendo ancora smaltito del tutto il jat leg. Ci fermiamo dunque in un hamburgeria, dove Dario e Clara comprano due panini accompagnati da patatine, cucinati da un burbero e minuto signore asiatico, apparentemente poco felice di ricoprire tutti i ruoli all'interno dell'esercizio. Credo infatti che fosse titolare, cuoco, cleaner, cassiere e probabilmente anche cliente!
Troviamo
una panchina, e Silvia ed io tiriamo fuori dal nostro cilindro da
prestigiatore (una borsetta isolante per alimenti) i nostri toast a
base di tonno. Poi, tutti a casa, a riposare le stanche membra.

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