sabato 26 maggio 2012

New Zeland e dintorni: IL DIARIO part.2

UN PICCOLO PASSO PER UN UOMO, MA UN GRANDE PASSO PER QUATTRO EMIGRANTI...



GIORNO 1 - IL PRIMO IMPATTO: UN PO' DOLOROSO PER IL PORTAFOGLIO
L'aeroporto non si presenta di certo come quello di Fiumicino, o quello di Dubai; meno che mai come quello di Pechino, nella sua gigantesca mole. E' un aeroporto discreto, non troppo piccolo, ma neanche grandissimo. Diciamo che è commisurato al traffico aereo che possa avere una metropoli sperduta nel Pacifico come Auckland.
Mettiamo piede fuori dal velivolo (aeroplano per i profani*), e sembra che la Nuova Zelanda voglia accoglierci con un tempo da favola! Niente nubi, un sole che spacca la pietra lavica (essendo Auckland di origine vulcanica), e un profumo di erba tagliata che ci riempie le narici di fragrante freschezza. Chiudo gli occhi, e sento la scorza della mia crisalide creparsi, e infrangersi per lasciare spazio a due nuove bellissime ali colorate... Sono una farfalla, adesso... forse un po' gay, lo so, ma è così che mi sento! (farfalla, non gay)...


Questa meravigliosa sensazione persiste quando interloquisco in inglese col tipetto simpatico e cordiale dell'ufficio di cambio, che ci offre un servizio degno di Arsenio Lupin. Consiglio infatti di attendere di aver raggiunto una banca, piuttosto che cambiare in aeroporto. Anche i botteghini di cambio per strada fanno meno male, quando ti entrano nel retto per dare una sbirciatina chiarificatrice e decidere quanto spillarti.

 
Usciamo dall'aeroporto con queste nuove coloratissime banconote dalla curiosa finestrella trasparente (simili alle australiane), e qualche monetina raffigurante kiwi (l'uccello, non il frutto), e qualche immagine Maori. Prendiamo un taxi, e riempio di domande il simpatico omaccione, anch'esso di origine Maori, che risponde meccanicamente, e poi crolla nuovamente nel suo silenzio meditativo. Ci scorta fino in City, che in inglese non rappresenta la città, ma il distretto dei grattaciali e degli uffici, più raramente chiamato CBD (Central Business District).
A tal proposito, vorrei mi perdonaste una digressione... Se in Europa questi quartieri supermoderni nacquero durante il '900, rendendosi necessario l'utilizzo di una vasta area fuori dal centro storico, negli Stati Uniti prima, e nel nuovissimo Mondo (Australia e Nuova Zelanda) poi, questi costituirono quasi da subito il centro nevralgico della vita della città, così da configurare le grosse città diametricalmente opposte a quelle europee. I grandissimi spazi inabitati attorno ad essi, furono col tempo colonizzati da villette e giardini, in contrapposizione alle periferie fitte di palazzoni tipiche delle nostre città.
Ma torniamo a noi:... l'omone dalle mani giganti ci lascia nel centro di Auckland, al Bianco Off Queen Hostel, nel quale ci attende un semi-lussuoso appartamento al quattordicesimo piano... l'ultimo, per essere precisi. Prenotato dall'Italia, rientrava in un'offerta speciale, ad un prezzo incredibilmente basso, per il servizio resoci...
Due stanze matrimoniali, un bagno dignitosissimo con sanitari regali e una doccia spaziosa; una cucina/soggiorno spaziosa e con una piccola penisola in marmo; lavatrice e asciugatrice; servizio di colazione in camera (costituita da yoghurt, banane, soffici pagnotte ricoperte da semi di varia natura e farcite di uvetta passa, degne di un qualsiasi criceto russo, e burro e tè e caffè solubile); ma soprattutto una vista discretamente mozzafiato sui grattacieli e sulla SKY Tower, ovvero l'edificio più alto dell'emisfero sud. Un mastodontico pennacchio di cemento alto 368 mt alla sua antenna, con tanto di ristorante girevole e belvedere. Ma di questo parleremo in seguito...
UNA FATICA ERCOLINA: QUATTRO PASSI IN PIENO JET LAG

Dopo un breve sbustamento dei bagagli, ci lanciamo in un'impresa folle: UNA PASSEGGIATA... Suonerà forse roba da poco ai più, ma chi ha vissuto un jet lag dovuto a 10 ore di fuso , sa di che parlo... Giramenti di testa e carenza di forze sono solo alcuni dei sintomi.
Insomma: usciti dall'ostello, ci dirigiamo su Queen st, che potrebbe essere paragonata alla Via Roma in Italia. In ogni città dei paesi anglosassoni, la "via della Regina" è quella principale, centrale, dei negozi e dei ristoranti, dei bazar e dei casinò, dei grattacieli e degli asiatici... Bhe, sì, anche qui, come ormai ovunque nel mondo, gli asiatici hanno colonizzato il centro... Sembra d'essere a Babele, dove una faccia non assomiglia all'altra. Indiani, Cinesi, Giapponesi, Vietnamiti, ma anche Libanesi, Israeliani e via dicendo. Medio ed estremo Oriente, si fondono in un mix di odori e colori. Non che la cosa ci dispiaccia troppo, visti i nostri gusti culinari, ma diciamoci la verità: vorremmo vedere qualche faccia neozelandese, e farci un'idea di come un KIWI parli. Gli abitanti della Nuova Zelanda, sono per l'appunto soprannominati Kiwi, dal nome dell'uccello simbolo di questa nazione. Un pennuto tuttaltro che volatile, che zompetta per lo più di notte, dal corpo rotondo e dal becco oblungo. Di tracce, di questi esseri (i neozelandesi, intendo) ce n'è poche. E poche ne troveremo per giorni!
Passeggiamo, mangiamo del sushi, arriviamo fino al porto, in fondo a Queen st, barcolliamo fino ad un supermarket, il New World, che si rivela piuttosto caro, e torniamo col morale a terra fino in ostello. Parlo di morale basso perchè io sembro l'unico ad essere contento di trovarmi in Nuova Zelanda. Gli altri lamentano dolori, capogiri, stanchezza (a ragion veduta), e abbassano il mio morale di tre o quattro tacche. Torniamo a "casa" (così chiameremo ogni posto dove alloggeremo, probabilmente per carenza di una vera), mangiamo e crolliamo a letto.
GIORNO 2 - L'ACQUARIO (questo non è un oroscopo...)
Il giorno successivo procede decisamente meglio. La giornata è splendida. Il sole focoso. Il cielo terso. Il morale carico (almeno per qualche ora). Passeggiamo nuovamente fino al porto, deviando qui e là per non ripetere il tragitto via Queen st. Arriviamo su Quay st, vicino al porto, dove ci attende un buon cappuccino, e dei cornetti ripieni di malintesi. La riverente asiatica al bancone, ci serve infatti dei fischi per fiaschi. Quelli che dovevano essere dei cornetti vuoti, si farciscono quasi per magia di mandorle, e le spiegazioni servono solo al suo potenziale licenziamento. La titolare, anch'essa asiatica, non accetta di buon grado il malinteso, e le dice qualcosa in una lingua a me sconosciuta. La coda tra le gambe della prima, segnalano burrasca all'orizzonte. Forse sono melodrammatico, ma la "padrona" mi sembra tutto meno che ben disposta.

Fuori dal coffee shop (bar in inglese, e non rivendita di droghe, come in Olanda), ci attende un furgoncino bardato come uno squalo, con tanto di fauci aerografate, muso in vetroresina, e una pinna dorsale che non promette nulla di buono! Questa è la navetta che ci condurrà al Kelly Tarlton's Aquarium. Ci lasciamo ingollare dal pescecane, ed essendo gli unici passeggeri del pinnato autoveicolo, mi lancio in una vispa conversazione con l'autista. "Dove conviene prendere alloggio? Dove costa meno? Dove cercare lavoro?" Ecc ecc... Lo shark-driver si dimostra più affabile del previsto. E' un mezzo Kiwi mezzo triestino da parte di padre, e comincia a darmi parecchie informazioni, fino al punto da decidere di deviare di un paio di chilometri, e portarci gratuitamente a fare un giro a Mission Bay, la Mondello per i palermitani, o la Ostia per i romani... Spiaggia lunga quanto i suoi ristoranti sulla litoranea, e bagni pubblici disseminati qui e là. Bel posto, ma gli affitti non sembrano essere congeniali al nostro portafoglio. Tornati in tempo per l'apertura dell'acquario, ci accomodiamo, paghiamo 34 dollari neozelandesi a cranio, e ci avventuriamo in quallo che si prefigura come una bella avventura sottozero. Qui infatti incontreremo, tra gli altri, anche una colonia di pinguini. Trasportati comodamente da un gatto delle nevi, alloggiato per l'occasione su di un binario, godiamo di uno spettacolo a dir poco glaciale! Ma andiamo per gradi:....

La prima parte dell'attrazione, ci offre la ricostruzione del primo accampamento neozelandese in Antartide, con tanto di lettini, picconi, scarponi, scatolette di cibo, ma soprattutto intere stanze allestite come nei primi del '900. E non si tratta di una messa in scena da quattro soldi. Restiamo tutti sbalorditi per la meticolosità con la quale i fondali sono stati messi in piedi. Cominciamo a fotografarci come dei bifolchi al primo incontro ravvicinato con una celebrità, in questo caso rappresentata da un gatto delle nevi originale... E chi l'aveva mai visto, un gatto delle nevi? A seguire, una bocca di squalo gigante in vetroresina, che ci offre le sue fauci per altri scatti. Il meglio, però, doveva ancora venire. Ci ritroviamo in un salone dove, accanto ad una caffetteria, vasche di dimensioni considerevoli ci offrono l'ebbrezza di accarezzare mante dalle dimensioni di una FIAT 500, o delle splendide stelle marine, le une dalla decina di tentacoli, le altre dalla perfetta forma di stelline... Sì, come quelle dei pan di stelle!!!

Superato questo step, fotografiamo un calamaro gigante sotto formalina, e ci dirigiamo verso la "galleria oceanica". Si tratta di una volta di vetro, sopra la quale tartarughe, squali e grossi pesci nuotano in preda agli scatti dei visitatori, che nel frattempo, giacciono poltroni sopra di un tapis roulant che rende "movimentata" la statica passeggiata di noi bacchettoni a bocca aperta. Facciamo per l'appunto un giro e mezzo, e facciamo rotta verso la sala degli acquari. Per ognuno di essi, una o due specie di creature acquatiche ha volente o nolente rinunciato alla sua libertà per mostrare le proprie pinne, i propri brillanti colori, o le gigantesche chele, o le spaventose fauci. Scattiamo foto a più non posso, e ci ritroviamo di fronte ad un portale di pietra, raffigurante un cavalluccio marino. E' a loro, che è dedicata la prossima sezione del Kelly Tarlton's. Verdi, rosa, azzurri, nocciola, e via dicendo. Colori sgargianti, forme bizzarre, e ancora una volta, libertà negata. Un senso di colpa comincia ad attanagliarmi... "Ma che ci fanno queste creature qui dentro? E se ci fossi io, lì dentro?"... Provo a non pensarci, per non rovinare il tour agli altri, ma dopo questa esperienza, decido in accordo con la mia signora di non mettere più piede in un parco a pagamento, che privi della libertà le proprie "attrazioni".
Ma bando alla tristezza! Ci rendiamo conto che abbiamo saltato una sezione! Torniamo sui nostri passi, e ci ritroviamo a fare la fila per il sopracitato gatto delle nevi su binario. Saliti in "sella", ci ritroviamo ad oltrepassare un paio di pareti di nastri di plastica, che scoprono il territorio dei pinguini. Belli, grandi, starnazzanti. Due di essi, si esibiscono in una danza che ha tutta l'aria di essere la costruzione di un nido. Uno sta infatti al centro di un cerchio di pietre. L'altro, continua a prenderne con il becco e a posizionarne attorno a quella che ci sembra la compagna... Ma come si fa ad esserne certi? Non si vedono i genitali!!!

Lasciamo il parco, e passeggiamo sulla litoranea, in attesa che lo "squalobus" (adoro questo neologismo!!!) torni a prenderci. Passeggiamo un po' sulla spiaggia. Troviamo un molo lungo qualche centinaio di metri, sul quale pescatori asiatici e maori si accingono a prendere pesci di misure più che rilevanti. Questo ci dicono gli ami che usano, che personalmente, legherei ad una lenza solo per prendere megattere o capodogli. Uno di essi prende qualcosa. Mi perdo la scena, ma la preda continua a dimenarsi nel sacchetto di plastica per interminabili minuti. Dopo un quarto d'ora circa, lo vediamo ancora esibirsi in spasmi spezzacuore. Lo spettacolo che ci si para di fronte, in ogni caso, è splendido. Sulla nostra sinistra, lo skyline della city di Auckland, coi suoi grattaciali. Sulla nostra destra, il vulcano-isola Rangitoto. E ancora centinaia di barche a vela, calette, isolotti, e decine di gabbiani di diverse specie e dimensioni. Alcuni di essi, hanno l'apertura alare di non meno di un metro e mezzo. Sono bianchi e neri, e in posizione di riposo, misurano almeno il doppio dei comuni gabbiani che ci ricordano quelli del lungometraggio della PIXAR "Nemo". Quelli del "mio! mio! mio", per intenderci...
Al ritorno, troviamo una food court, e mangiamo qualcosina. Una FOOD COURT, non è altro che un cortile del cibo. Una piazzetta di solito inserita nei sotterranei di un grattacielo, nella quale la gestione di decine di tavolini è condivisa da ristorantini e fast food che vi si affacciano. Gli utenti, scelgono cosa mangiare, lo ordinano, e si siedono dove pare a loro, senza limiti di preferenza. In questo caso, Clara sceglie uno squallidissimo riso, che non era altro che un contorno ai piatti di un ristorantino brasiliano. Nello stesso posto, Dario sceglie una pessima fetta di pollo contornata da qualcosa che ho dimenticato. Silvia prende una zuppa di pollo piuttosto inutile, ed io scelgo di mangiare giapponese. Me la passo forse meglio degli altri, ma di certo non conserviamo un ottimo ricordo di questo sottoscala.
Torniamo in albergo, ed ognuno si dedica distrattamente alle proprie attività Chi legge, chi chatta, chi schiuma dalla bocca, e così finisce un'altra giornata in quel di Auckland!
Più avanti andrà meglio...

*Ci tengo a precisare che le puntualizzazioni fatte in favore dei "profani" che si ripresentano con fastidiosa frequenza, non sono altro che ilari dileggi perpetrati sotto forma di assolutamente inutili spiegazioni a semplicissime ovvietà (battute di spirito di patate, per i profani).






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